Il primo dato che risalta da questo film è che si rivela godibile anche come stand alone. Per chi, come me, non aveva mai visto prima un film della serie – sì, nonostante il mio amore per i blockbuster esagerati – non c’è stato problema a seguire la vicenda né a capire i rapporti fra i personaggi (a proposito, credo che Simon Pegg nelle vesti di Benji sia diventato il mio personaggio preferito nel giro di mezza apparizione ma non è di questo che siete venuti a leggere quindi torniamo al film).

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Dire che “Pixels” era un film imbarazzante, senza né capo né coda, è come sparare sulla Croce Rossa ma è la realtà dei fatti. Dal primo all’ultimo fotogramma la coerenza narrativa, il passaggio da una scena all’altra, la caratterizzazione dei personaggi, lo scambio di battute fra di loro, tutto sembra frutto di una sceneggiatura messa in piedi da un tram (cit.) team di quindicenni in piena tempesta ormonale che non riescono a raggiungere la sufficienza neanche nei temi scolastici.

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Che dobbiamo dire di questo reboot, che prelude a una nuova trilogia? Partiamo dalle cose brutte, così ci togliamo subito i sassolini dalle scarpe. È un blockbuster hollywoodiano, non introduce nulla di nuovo a livello di trama, non ci sono scene memorabili, né diverse tecniche di ripresa o di regia o guizzi di sceneggiatura. Ha tutti i difetti del blockbuster contemporaneo: salva capra e cavoli, sempre e comunque; riduce le morti al minimo. Come tutti i blockbuster di fantasy/fantascienza ricorre all’espediente di introdurre il film al pubblico con una carrellata di una decina di minuti che ci fa il riassunto di tutte le puntate precedenti. È quell’ammasso di “infodumping” che una regia e una sceneggiatura più curate centellinerebbero a poco a poco nel corso della storia, lasciando che siano i personaggi a raccontarsi e raccontarci come siamo arrivati a questo punto.

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Archiviato qualsiasi tentativo di ammazzare il povero t-rex di turno per dare più appeal alla storia, “Jurassic World” torna alle origini, ammicca ai personaggi e alle scene più iconiche del primo “Jurassic Park” e ci dà persino una spiegazione reale alla creazione dell’Indominus Rex (il dinosauro geneticamente modificato per provocare il “wow”, appunto) ben più solida della necessità di trovare nuove attrazioni per un pubblico costantemente affamato di novità.

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A onore del film va subito detto che aver affidato nuovamente la regia al suo creatore originale, in questo caso, è significato trovarsi davanti a un prodotto coerente, non un semplice revival del passato. Miller non ha parlato a caso di “rivisitazione”: basta guardare la trama del primo “Mad Max” per rendersi conto che il nostro è passato da protagonista incontrastato a spalla – all’inizio assai riluttante – di altri personaggi; al tema della violenza urbana che dilaga lì dove l’anarchia la fa da padrone, si sostituisce la prepotenza di chi ha il potere di controllare l’accesso alle materie prime e governare la popolazione secondo i propri capricci.

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Ha il sapore di un’opera prima, imperfetta in alcuni punti: l’avvio è un po’ lento, scollegato almeno parzialmente dalla trama principale, e lo spettatore fatica per molti minuti a entrare nel meccanismo della storia. Poi, però, il susseguirsi degli eventi ingrana la marcia e la visione si fa fluida e decisamente più godibile.

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“Plurale Unico” però aveva qualcosa in più e quel qualcosa era negli ospiti – amici e colleghi – che hanno accompagnato Samuele sul palco in una scaletta fatta di alcuni (impossibile citare tutta la sua discografia in due sole ore, purtroppo) dei brani che non necessariamente e non solo sono i suoi maggiori “successi di pubblico” ma sicuramente sono canzoni a cui è ancora molto legato, nonostante gli anni che passano.

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“Youth” non ha smentito l’assioma. Guardare questo film significa essere sommersi da una miriade di colori, suoni, sensazioni e situazioni che rimangono impresse negli occhi e nella mente molto dopo aver abbandonato la sala del cinema. D’altronde il cinema di Sorrentino è anche e soprattutto questo: narrazione per emozioni, più che per eventi legati da un rapporto di causa ed effetto. È un modo di svelare la storia allo spettatore che lascia tanto spazio all’interpretazione personale, al punto che probabilmente non ci saranno due singole persone che potranno dire di aver vissuto e compreso allo stesso modo ogni scena del film.

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Va detto da subito: il ritmo narrativo de “Il racconto dei racconti” non è quello a cui ci ha abituato il mercato cinematografico contemporaneo. I dialoghi sono pochi, le transizioni, da un passaggio all’altro di una singola storia, nette; le creature fantastiche e le magie a cui i protagonisti ricorrono non vengono spiegate ma presentate allo spettatore come un dato di fatto, che va accettato senza porsi troppe domande. Insomma, è un film girato come sarebbe raccontata una fiaba. Garrone si sofferma molto sui paesaggi stupendi e assolati di zone d’Italia spesso sconosciute (le riprese sono state effettuate fra il Centro e il Sud Italia), che sembrano venire fuori direttamente da una fiaba e contribuiscono a rendere l’atmosfera delle storie sognante, meravigliosa, anche quando le vicende si fanno più cupe e crudeli.

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