3230 d.C.
Heosphoros.
L’unico insediamento umano su Ganimede è governato con pugno di ferro da un’unica azienda. La Hecates Inc. ha pagato a caro prezzo la terraformazione della luna gioviana e dalla sua centrale nucleare dipende la sopravvivenza della città più fredda del Sistema Solare.
La messa a punto del primo reattore nucleare a fusione calda potrebbe presto risollevare le sorti della millenaria impresa energetica.
O così sperano i vertici della Hecates Inc…
Per parlare di quanto sia bella e particolare la narrazione de Il Sistema Periodico, bisognerebbe partire proprio dalla fine, da Carbonio, ultimo dei racconti e in qualche maniera manifesto dello spirito che informa questa raccolta e che si incarna in modo commovente nella descrizione del viaggio centenario di un atomo di carbonio e della sua inconsapevole collaborazione alla creazione di queste storie.
Perché anche la chimica è un’arte che, insieme alla scrittura, ha contribuito a salvare Primo Levi da un inferno di ricordi che avrebbero potuto perseguitarlo per il resto della sua vita.
Perché il romanzo di Ito Ogawa è davvero la storia della Locanda Arcobaleno – una locanda dove gli amori diversi non sono solo quelli delle coppie LGBT*QIA. Gli stessi legami affettivi fra parenti, amici, vicini e persino fra avventori e proprietarie della locanda sono vissuti con una diversità che si oppone alla rassegnata uniformità a cui i rapporti codificati, della società giapponese e non solo, ci hanno abituato.
Questa recensione – per motivi di spazio e di capacità personali – sarà comunque stringata e non potrà contenere tutte le riflessioni che pure questa raccolta immensa si sarebbe meritata, pagina per pagina. Non sono un’arabista e non sto scrivendo una monografia su questo compendio narrativo immenso ma “Le Mille e Una Notte” è un classico che andrebbe studiato al pari de “La Divina Commedia”, per il suo valore letterario e per il portato storico e culturale che si porta dietro.
In questo caso, “L’oceano in fondo al sentiero” è stato un graditissimo regalo di Natale di una mia amica – arrivato a Febbraio perché le Poste Italiane fanno schifo – che ho divorato in appena due giorni e questo già preannuncia della scorrevolezza di un romanzo breve (parliamo di 187 pagine, suppergiù) che mi ha catturato fin dalla prima riga del prologo e non mi ha permesso di abbassare l’attenzione fino all’ultima riga dell’epilogo.
Chi ha letto la mia recensione precedente, sa che “Welcome to Night Vale” è una serie in podcast che va avanti dal 2012 con cadenza bisettimanale e racconta – sotto forma di bizzarra trasmissione radio – le vicende di quella che potrebbe essere una qualunque cittadina americana, non foss’altro che a Night Vale accadono le cose più bizzarre e, quel che è ancora più interessante, tutti i suoi abitanti sembrano considerarle perfettamente normali (sì, anche la presenza di minacciose Nuvole Risplendenti, una Polizia Segreta dai metodi piuttosto sbrigativi, inquietanti Vecchie Senza Volto che ti riorganizzano l’armadio mentre tu volti loro le spalle e via discorrendo).
Fosse tutto qui il nocciolo del libro, “Moby Dick” sarebbe niente più e niente meno che una storia d’avventura e di mare, dell’infinita lotta fra l’Uomo e la Natura, il Bene e il Male (come da dichiarazione dello stesso Melville), un bel mattone di più di cinquecento pagine dal setting “esotico”.
Il problema – anzi, il lato bello – è che c’è molto di più.
Ho comprato questo libro attirata dalla fascetta in copertina, che recitava: “Il libro dell’autore che ha ispirato Grand Budapest Hotel”. Avendo molto apprezzato il film, ho comprato il libro a colpo sicuro ma, già dopo aver sfogliato le prime pagine, mi sono resa conto che l’ispirazione non è nata tanto e solo dai fatti narrati da Zweig quanto dallo spirito di cui è informata tutta l’opera.