In A Lonely Place è, insomma, tante cose, tutte assieme, e come pochi altri film che sfuggono a una singola etichetta, fa il suo lavoro in maniera impeccabile e soprattutto radiografando i sentimenti umani in modo così dolente, da lasciare un segno nello spettatore, al punto che persino riguardandolo nel 2020 c’è da trattenere il fiato per l’angoscia e riflettere sui rapporti fra uomini e donne nel 1950.
La vera fortuna di Saving Mr. Banks sono Emma Thompson, Tom Hanks e Colin Farrel – rispettivamente P.L. Travers, Walt Disney e Travers Goff, padre di Pamela – che si rivelano interpreti straordinari. Avrebbero meritato una sceneggiatura migliore ma resta il fatto che senza il loro apporto questa teoria di cartonati ripieni di cliché non avrebbe retto, né meritato la pioggia di complimenti che ha ricevuto. Il problema con Saving Mr. Banks, tuttavia, non è il facile ricorso a stereotipi narrativi ben collaudati per muovere a facile commozione il pubblico.
E qui il viaggio è sia traversata fisica che percorso di crescita spirituale. Re Leonzio e suo figlio Tonio, il consigliere Salnitro, il coraggioso orso Babbone, il saggio Teofilo e tutti gli orsi del loro branco conquisteranno qualcosa ma perderanno qualcos’altro durante la loro convivenza con gli umani. L’innocenza, prima di tutto, la spensieratezza e l’immediatezza della vita in mezzo alla natura, barattate con la conoscenza ma anche con troppi vizi, che corrompono i più deboli di loro, quelli più facili a lasciarsi affascinare dai begli abiti e dalle armi astruse.
Anche le nuvole si inchinano di fronte alle ragioni del cuore Makoto Shinkai è ossessionato dalle distanze. Che siano distanze fisiche e poi emotive, che siano distanze temporali, sociali, fra…
Ci sono film che restano con te per tutta la vita.
Ci sono film che restano con te persino se non li hai mai visti, entrando nella cultura popolare con battute iconiche, scene emblematiche, modi di dire e di fare che finisci per assorbire pure tu – ignaro spettatore bastian contrario, che all’epoca dei fatti ti sei fieramente rifiutato di lasciarti trascinare a fondo (è proprio il caso di dirlo) nel vortice di isteria di massa che ha circondato suddetti film.
Ed è questo il mio caso con Titanic.
Wonder Woman è un film di supereroi che ha un merito, rispetto a quello che il convento ha passato ultimamente: è una origin story lineare e abbastanza coerente con le sue premesse (ma sono costretta a sottolineare il “abbastanza”), un film con una buona regia, che scorre in maniera piacevole e fresca, non è farraginoso ma nemmeno eccessivamente concitato. È anche un film che non apre troppi fronti e non vagheggia troppo sui massimi sistemi senza possedere la struttura adeguata per filosofeggiare sui temi che tira in ballo.
L’operazione più difficile da compiere, quando guardi un film e lo devi recensire, è scindere il giudizio personale dello spettatore da quello possibilmente più tecnico e obiettivo del recensore.
È una difficoltà che si è ripresentata tutta dopo aver visto Guardiani della Galassia 2, che ho amato persino più del film precedente, ma che presenta esattamente tutte le pecche che stanno rendendo ogni film del franchise Disney – e in special modo del franchise Disney-Marvel – un prodotto fallato in più punti, per difetti che spesso si ripetono invariati, fotocopie l’uno dell’altro perché “fotocopiati” suonano anche tutti questi film messi in fila.
Trainspotting e T2 parlano di una generazione ben precisa e del suo fallimento, che non potrebbe essere più evidente nel sequel del 2017: non solo nelle persone di Renton, Sick Boy, Spud e Begbie, ma anche nel confronto impietoso con i loro figli – quelli veri e quelli spirituali – i ventenni che li rifiutano e si prendono gioco di loro. I ventenni che usano altri tipi di droghe e si sentono rifiutati in altri modi dal sistema… ma qui ci ritorniamo.
«Scusate ma ho bisogno di un momento per elaborare… io ci sono cresciuto con Wolverine, mi capite?» dice un giovane uomo seduto nella fila davanti alla mia alla fine del film e io lo capisco. Perfettamente.
Perché anche io ci sono cresciuta con Wolverine, sia con quello fumettistico sia con quello cinematografico, e perché il colpo al cuore, a fine film, è doppio – ma che dico, triplo, anzi no, multiplo – e l’elaborazione del “lutto” è così complessa che non riesco nemmeno a piangere.
Ultimamente, però, mi è capitato sempre più spesso di lasciare il cinema in uno stato di profondo disappunto. Se dovessi dire qual è il film che in questo 2016 mi ha fatto ridere più genuinamente – senza forzarmi alla risata, senza giocare sporco su argomenti di per sé ridicoli come produzioni di gas corporee varie ed eventuali – direi «Zootropolis». Se dovessi dire quale film mi ha commosso ed è andato più a fondo nel mio immaginario, direi «Alla ricerca di Dory». Se dovessi accennare a quale film avesse un uso più spregiudicato e originale della sceneggiatura, direi «Deadpool».