FEBBRAIO 2025

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Con un po’ di ritardo vi porto il raccolto di un altro mese – un po’ magro, rispetto ai precedenti. Sono al lavoro su un paio di progetti, che vi illustrerò più nei dettagli appena avranno preso una forma definita.

Febbraio è stato un mese di letture e di riflessioni, soprattutto sul mestiere di critica giornalistica e sulla serietà a cui non si dovrebbe mai rinunciare, anche quando si affrontano medium apparentemente “giocosi” come i cartoni animati e i fumetti.

Buona lettura e non dimenticate di seguirmi sul mio Canale Telegram per altri approfondimenti e consigli di lettura~!

[📜] ATTENTI A QUEL LINK: COME LAVORANO L3 GRAND3 ARTIST3

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👉https://animationobsessive.substack.com/p/watching-master-artists-work

Few sights mesmerize like a great artist or artisan at work. Watching a master glassblower is something special. The same goes for footage of Kandinsky painting, or comic artist Alberto Breccia inking with a razorblade.
It’s in the casual deftness, the lifetime of experience that each movement reveals. It’s in the feeling that human hands, maybe your hands, can do these things. And it’s in the details: all the tiny decisions that get clearer the closer you look. Even if the person doesn’t explain their process, you can see it, and begin to understand how they think.

Lunedì 3 febbraio Animation Obsessive ha pubblicato un post interessantissimo. Il suo soggetto? Assistere al lavoro di unə artista per cogliere l’essenza della sua maestria nei suoi gesti, nelle procedure che segue, nelle attenzioni che dedica alla propria arte.

Nel link qui sopra troverete le riflessioni che scaturiscono osservando cinque video dedicati a cinque (in realtà otto) artist3 divers3: il regista Hayao Miyazaki alle prese con i suoi acquerelli; il regista Jiří Trnka, ripreso nella creazione dei suoi scenari e dei suoi personaggi, dagli schizzi su carta all’assemblaggio di pupazzi e fondali dipinti; la regista Lotte Reiniger, che in un documentario degli anni Settanta racconta come ha creato le sue opere animate con la tecnica del cut-out; il regista e animatore Osbert Park, che gioca con i fotogrammi dei lungometraggi in live action per creare i collage dei suoi film sperimentali; Walt Disney che introduce quattro famosi artisti del suo studio di animazione – Eyvind Earle, Walt Peregoy, Joshua Meador e Marc Davis – alle prese con il ritratto di un albero, ognuno mostrando un’esecuzione diversissima dello stesso soggetto.

L’ho trovata una lettura illuminante e la consiglio a chiunque voglia studiare e/o approfondire le tecniche del mondo dell’animazione. Si tratta di documenti visivi preziosi per riuscire a comprendere più nel dettaglio quanto lavoro, quante accortezze, quante idiosincrasie si riversano nell’arte di “muovere le cose” e quanto la singola personalità di ogni animatorə influenzi profondamente il risultato finale. Perché l’animazione, in quanto prospettiva sul mondo, è anche un’arte prepotentemente soggettiva.

[🧵] CUM GRANO SALIS: DI MORTE DELLA PRODUZIONE E CRITICA GIORNALISTICA

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C’è un concetto che spunta spesso sulla bocca di appassionat3 e commentator3: quello della “morte dell’autorə“, così come illustrato da Roland Barthes in un suo saggio del 1967. Non si può cercare il significato ultimo di un testo indagando nella vita e nelle intenzioni dellə suə autorə, perché un testo va oltre chi lo ha creato e non contiene “significati ultimi”, assiomi che ogni lettorə deve obbligatoriamente introiettare.

Il processo di lettura è estremamente soggettivo, perché ogni persona interagisce con il testo partendo da una propria “enciclopedia”, fatta tanto di nozioni quanto di vissuto quanto della cultura da cui proviene. Proprio per questo, piuttosto che cercare un’interpretazione “definitiva”, è giusto che ogni lettorə (e ogni criticə) fornisca la sua visione – possibilmente corredandola di argomentazioni sensate.

È una prospettiva giusta ma va depurata dall’eccesso opposto: pretendere che l’autorə sparisca dietro al testo, perché lə lettorə se ne appropri e ne faccia cosa sua, fino a ignorare la personalità che ha partorito quell’opera anche nel momento in cui dovrebbe analizzarla nella veste di criticə e/o studiosə. Non si può prescindere dal contesto storico, sociale, politico, economico che ha partorito un testo, perché quel testo resta figlio della visione – parziale e limitata – di chi lo ha creato. Anzi, spesso scollare il testo dal suo contesto finisce per privare di senso interi passaggi e scelte narrative.

Questo vizio di metodo mi sembra ricorrere costantemente nell’ambito della critica di fumetto e animazione, due arti giovani che sono spesso sottovalutate e analizzate con molto pressapochismo e poca serietà. Tutt3 hanno un parere ma sono ancora molt3 poch3 (soprattutto nell’ambito della critica italiana) coloro che si informano, prima di mettere su carta la recensione al lavoro di questə o quellə registə, questə o quellə mangaka.

Restando nell’ambito che mi è più vicino, non si contano i commenti sui film di animazione giapponese di persone che ignorano totalmente il contesto culturale di provenienza – che potrebbe loro spiegare perché determinate situazioni vengano rappresentate con tanta frequenza. E no, non è una questione di stanchi cliché ripetuti più volte ma è difficile saperlo, se non si studia e non si indaga. Non si può sbrigativamente etichettare l’espressione artistica di qualsiasi regista di animazione giapponese come “miyazakiana”, quando miyazakiani non sono – per fare tre esempi illustri – Satoshi Kon, Mamoru Oshii e Masaaki Yuasa. Esistono correnti di espressione artistiche nel cinema di animazione di ogni Paese, così come accade per il cinema in live action, e ignorarlo diventa una colpa grave, quando ci si presenta al pubblico con il compito di informarlo.

E, restando su questa linea di pensiero, c’è un’altra morte che nell’ambito della critica di animazione e fumetto continua a essere praticata: la morte della produzione. Troppo spesso ci si lancia in giudizi aspri e violenti, inseguendo il gusto della stroncatura a prescindere, senza indagare sui perché e i percome dei difetti e dei fallimenti di un’opera, sui modi in cui quell’opera è stata finanziata e costruita. Una certa corrente di critica, che va per la maggiore nel mondo dell3 YouTuber anglosasson3, ha convinto chi scrive e studia animazione e fumetto che la caccia al “buco di trama”, alla “inconsistenza”, alla “imprecisione”, alla “inverosimiglianza” siano l’essenza del lavoro di critica.

Per quanto mi riguarda, il lavoro di critica non dovrebbe tanto giudicare e condannare, quanto analizzare, approfondire, studiare e dissezionare per capire: cosa rende un’opera peculiare, cosa genera i suoi limiti, quanto quei limiti possano inficiare la fruizione dell’opera, perché l’opera resta godibile nonostante quei limiti, che aspirazioni abbia chi l’ha creata, quale contesto culturale e socio-politico l’abbia partorita, quanto pesano le restrizioni di budget sul risultato finale, perché determinati temi vengano affrontati nel passato e ignorati nel presente o viceversa.

Ci sarà poco spazio per lo studio, l’approfondimento e il confronto, finché la critica di animazione e fumetto si ridurrà a un’arena di fustigator3 – che demoliscono le opere che dovrebbero far conoscere. Ci sarà poco spazio per la divulgazione e la circolazione di idee, se il livello medio della conversazione si attesta su presunt3 luminar3 che danno dello “stupido” a un regista da Oscar, per dimostrare di essere intelligenti e controcorrente.

Ci sarà poco spazio per un dialogo sano se, com’è accaduto, all’uscita di un lungometraggio come “Il ragazzo e l’airone” il livello della conversazione si riduce a una disperata caccia agli errori commessi dal regista, condita da un florilegio di articoli che vogliono “spiegare il vero significato del film”. La critica giornalistica e letteraria possono e devono essere più che un tribunale dell’Inquisizione alle intenzioni e alle manifestazioni artistiche di unə autorə. E chi si incarica di farla non può prescindere da uno studio costante del medium che decide di analizzare.

Studio che deve andare ben oltre la ricerca dei soli “fenomeni di moda”, altrimenti resta una conoscenza piatta, che non riesce a guardare oltre ciò che affiora alla superficie del mainstream. Si finisce per perdersi tutto il resto. E quel resto, spesso, è tantissimo.

[📜] ATTENTI A QUEL LINK: LE CONDIZIONI DI LAVORO DELL3 ANIMATOR3 CINES3

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👉https://www.thepaper.cn/newsDetail_forward_28813689

Mi sento molto a disagio, se devo consigliare di usare la traduzione automatica per un testo di cui non trovo una traduzione (in italiano o in inglese) fatta da un essere umano.

Tuttavia qualche mese fa Cartoon Creek ha condiviso questo articolo sullo stato dell3 lavorator3 nel mondo dell’animazione cinese. Alla luce degli incassi stratosferici di “Nezha 2” in Cina – di cui spero di parlare anche su questo canale – però mi sembra giusto segnalarlo anche a voi.

Si tratta di un articolo in cinese ma, se usate la traduzione automatica di Google Chrome dal cinese all’inglese, verrà fuori un testo abbastanza comprensibile… e scoraggiante a proposito del trattamento dell3 animator3 a tutte le latitudini, anche quando il loro lavoro genera successi stellari, che però non fruttano proprio a quest3 “proletari3” dell’intrattenimento alcun ritorno.

Buona lettura (e se trovate una traduzione fatta da mani umane di questo report, avvisatemi e la condividerò subito).


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